Rocca Cinema Imola
La fiera delle illusioni (V.M. 14)
regia: Guillermo Del Toro
durata: 150'
USA, 2021
gioved√¨ 7 luglio 2022 21:30
Un giovane criminale ha una relazione sentimentale con una psichiatra. La donna è una manipolatrice corrotta che, ad un certo punto, comincia ad ingannare anche lui.

Negli Stati Uniti d'inizio anni '40, Stan, uomo senza averi e dal passato doloroso, si unisce a un luna park ambulante, dove impara i trucchi del mestiere dalla veggente Zeena e da suo marito Pete. Sedotta la giovane Molly, il cui numero consiste nel resistere alle scariche elettriche che le attraversano, parte con lei verso la grande città. Ambizioso e avido, diventa il Grande Stanton, indovino e sensitivo che col suo numero di pseudo occultismo seduce uomini ricchi e potenti e li convince di poter comunicare coi loro morti. La relazione con una psicologa ancora più spietata e calcolatrice lo porterà alla rovina.

Del Toro continua a girare film di serie B anche ora che ha a disposizione budget milionari e cast stellari: la sua riduzione del romanzo di William Lindsay Gresham - già portato al cinema nel 1947 - è un dramma psicologico dalle atmosfere noir, un gioco gratuito condotto con gusto così semplice ed elementare da diventare efficace. 'Nightmare Alley', romanzo pubblicato nel 1946, è un classico riscoperto della letteratura americana del '900: ritradotto e ristampato anche in Italia (da Sellerio, con traduzione di Tommaso Pincio), segue la parabola tragica e crudele, quasi cinica nella sua beffarda disillusione, di un uomo che pretendendo di controllare la mente delle persone finisce travolto da un gorgo di dannazione e senso dell'assurdo. Scegliendo di riadattarlo per lo schermo dopo la prima versione hollywoodiana del '47 (voluta dal protagonista Tyrone Power e in parte rovinata dal produttore Darryl F. Zanuck, che impose un finale edulcorato), Del Toro non ha potuto a fare a meno di scorgervi i tipici elementi del suo cinema: il clima da 'Freaks' dello stesso romanzo - che conta tra i personaggi nani, uomini forzuti, donne elettriche, chiromanti - apre nella prima parte alle atmosfere sognanti che erano già di ''La forma dell'acqua'', con movimenti di macchina dolci, luci da fiera, colori sgargianti, senso del magico. Con un cast di stelle in ruoli consolidati e non autoironici (come invece succedeva in ''Don't Look Up''), dal febbrile Bradley Cooper all'ingenua Rooney Mara, dalla glaciale Cate Blanchet alla seducente Toni Colette, più altri grandi interpreti in ruoli secondari (Willem Dafoe, Richard Jenkins, David Strathairn, Mary Steenburgen, Ron Perlman), 'La fiera delle illusioni' sembra un film d'altri tempi: lungo due ore e mezza; ricco nella produzione ma non stratificato nello sviluppo; immerso in atmosfere propriamente cinematografiche (il noir, per l'appunto, ma anche il dramma psicologico, la parabola morale); metaforico eppure diretto. Nella seconda parte, dal momento in cui Stan e Molly lasciano il circo per andare «a stendere il mondo», diversamente dal romanzo - che è fin da subito imbevuto del puzzo di morte che il protagonista si porta appresso e che alimenta a ogni misfatto - il film apre ai toni cupi e minacciosi inizialmente nascosti, facendo finalmente emergere il lato dark e meno disimpegnato di Del Toro. In una società americana ancora immersa nella Depressione, pronta a una nuova guerra e con il ricordo ancora vivo della precedente, il mentalismo del Grande Stanton sfrutta la credulità delle persone, ma soprattutto il loro senso di colpa, le ferite procurate dalla morte dei propri cari. Se è vero, come si legge nel romanzo e come nel film ricorda l'immagine-simbolo del neonato cieco esposto come mostruosità, che «quando viene al mondo, l'uomo è un bimbo cieco che brancola nel buio», allora la presunta vista superiore di Stanton è un modo per superare la condizione umana. Stanton osserva, coglie i segni, lavora d'intuito, eppure non ha nulla di superiore: è un ingannatore che finirà ingannato da una persona più furba e spietata; una psicologa che non agisce per avidità, e dunque è impossibile da leggere per l'arricchito Stanton («Un contadino dai denti diritti», gli viene rinfacciato). Il cadavere che nella primissima scena l'uomo trascina pesantemente s'impone così come altra immagine-guida: un trauma impossibile da cancellare, un rimosso che ritorna come dramma sia privato sia collettivo, come fuoco che brucia anche nella neve. Le messinscene che Stanton allestisce per ingannare poveracci e abbienti sono il suo palcoscenico e dunque la sua dannazione; lo trasformano in un assassino per procura, un figlio perseguito dal fantasma del padre e condannato a seminare morte. L'ultima immagine-guida del film, che viene direttamente dal romanzo, è quella del mangiatore di uomini, l'uomo bestia che si ciba di animali vivi e non sembra appartenere a questo mondo: l'inganno c'è, come sempre, ma più che il trucco dell'imbonitore a contare è la dannazione di chi è così disperato da offrirsi volontario della propria distruzione. 'La fiera delle illusioni' non è certo 'The Master', film con cui condivide l'idea di emendare con la parapsicologia le colpe di una nazione prigioniera del proprio passato: non ne possiede - e ne vuole possederne, va detto - la complessità e l'indecifrabilità. Eppure ha qualcosa di solido che viene dal cinema classico, qualcosa che dà forza all'evanescente immaginario del suo regista: ed è l'idea, anche questa tipicamente cinematografica, che la morte si sconta vivendo.